♣
tónfo
/
ˈtonfo/
[
di
orig.
onomat.
☼
av.
1606
]
s. m.
1
rumore
che fa cadendo
spec.
in acqua una persona o una cosa:
scivolò
con un tonfo terribile |
la
caduta stessa:
fare,
dare un tonfo
2
rumore,
suono sordo causato da colpi battuti:
dalla
stanza venivano dei tonfi lontani
3
(
fig.
)
pesante sconfitta
||
tonfétto
,
dim.
|
tonfìno
,
dim.
domingo, 1 de julho de 2012
sábado, 30 de junho de 2012
BICICLETA/CARRO/SP/PEDESTRES/
Amigos,
eu vi hoje o escandaloso feio video publicado no site da tv estadao.
http://estadao.br.msn.com/video/default2.aspx?cp-documentid=c266696e-511e-457f-9eef-9a57c3a0b320
O titulo dizia que era sobre um percurso
de bicicleta, e o jornalista afirma que o video vai ser sobre 'acompanhar uma pessoa desde a sua casa até o lugar do seu trabalho", desde Butanta até a Rua dos Pinheiros.
No video que efetivamente acompanha uma pessoa nas ruas da cidade,
nada é mostrado sobre "a routina de um ciclista", sao monstradas pistas
ciclaveis (que sao uma porcentagem infinitesimal em sp), quando o 'amigo'
cruza qualquer rua é com o semaforo verde, ecc....
Qualquer pessoa que utiliza a bicicleta diariamente na metropoli
sabe bem que isso nao é a realidade.
Cada 3 estradas que voce tem que cruzar, duas nao tem semaforo e sao pensadas somente
para carros; raramente alguem para para que voce passe, ainda sendo seu direito passar
ANTES do carro; os carros frequentemente chingam voce porque, na cabeça deles, voce
esta atrapalhando o transito, a cabeça deles nem chega a cogitar que os carros nao sao unicos
protagonistas (VITIMAS) na estrada.
Agora, até pouco dias atras, quando ainda o site da Folha era publico e nao pedia uma
registracao fascista e facebookiana para ler uma bosta de artigo deles, eles publicavam
algumas breves noticias sobre as leis bicicletianas de transito na cidade. A coisa mais
comica do mundo era ler os comentarios do 'carristas', dizendo que os bikers
cruzavam as ruas com vermelho (inveja), ou pedestres que diziam que bicicleta
passava na calçada pondo em risgo pedestre que nem carro. Agora, caralho,
bicicleta vai a quanto? 20 km/h e com semaforo menos. Carro? Nao conhece freio,
vai 80 km/h.
Eu passo na calçada, eu vou todos os dias de bicicleta, eu nunca vi biker desrespeitando
pedestre. Eu vou devagar, e pedestre sabe disso. Pedestre nao tem medo de bicicleta, so
de carro.
Agora,desrespeitar carro sim, é o que temos que fazer, carro é mal, carro é danino, carro
é uma bosta.
Eu desrespeito qualquer carro, cuspo neles.
eu vi hoje o escandaloso feio video publicado no site da tv estadao.
http://estadao.br.msn.com/video/default2.aspx?cp-documentid=c266696e-511e-457f-9eef-9a57c3a0b320
O titulo dizia que era sobre um percurso
de bicicleta, e o jornalista afirma que o video vai ser sobre 'acompanhar uma pessoa desde a sua casa até o lugar do seu trabalho", desde Butanta até a Rua dos Pinheiros.
No video que efetivamente acompanha uma pessoa nas ruas da cidade,
nada é mostrado sobre "a routina de um ciclista", sao monstradas pistas
ciclaveis (que sao uma porcentagem infinitesimal em sp), quando o 'amigo'
cruza qualquer rua é com o semaforo verde, ecc....
Qualquer pessoa que utiliza a bicicleta diariamente na metropoli
sabe bem que isso nao é a realidade.
Cada 3 estradas que voce tem que cruzar, duas nao tem semaforo e sao pensadas somente
para carros; raramente alguem para para que voce passe, ainda sendo seu direito passar
ANTES do carro; os carros frequentemente chingam voce porque, na cabeça deles, voce
esta atrapalhando o transito, a cabeça deles nem chega a cogitar que os carros nao sao unicos
protagonistas (VITIMAS) na estrada.
Agora, até pouco dias atras, quando ainda o site da Folha era publico e nao pedia uma
registracao fascista e facebookiana para ler uma bosta de artigo deles, eles publicavam
algumas breves noticias sobre as leis bicicletianas de transito na cidade. A coisa mais
comica do mundo era ler os comentarios do 'carristas', dizendo que os bikers
cruzavam as ruas com vermelho (inveja), ou pedestres que diziam que bicicleta
passava na calçada pondo em risgo pedestre que nem carro. Agora, caralho,
bicicleta vai a quanto? 20 km/h e com semaforo menos. Carro? Nao conhece freio,
vai 80 km/h.
Eu passo na calçada, eu vou todos os dias de bicicleta, eu nunca vi biker desrespeitando
pedestre. Eu vou devagar, e pedestre sabe disso. Pedestre nao tem medo de bicicleta, so
de carro.
Agora,desrespeitar carro sim, é o que temos que fazer, carro é mal, carro é danino, carro
é uma bosta.
Eu desrespeito qualquer carro, cuspo neles.
sexta-feira, 22 de junho de 2012
Stati Uniti, Cuba, terrorismo
Ripubblico un interessantissimo intervento di Gianni Minà sul rapporto tra USA e Cuba
La storia che mi
accingo a raccontare è emblematica dell’ipocrisia e della doppia morale
del mondo occidentale quando si toccano gli interessi o le strategie dei
paesi che contano, in particolare gli Stati uniti, per difendere i
quali i media sono pronti a scrivere tutto e il contrario di tutto, a
ignorare platealmente ogni etica e a giustificare le decisioni più
efferate.
Alla
metà di gennaio è cominciato a El Paso, Texas, un giudizio contro Luis
Posada Carriles, una sorta di bin Laden latinoamericano che, anni fa, si
è vantato delle sue azioni terroristiche contro Cuba perfino in
un’intervista concessa al New York Times. Il processo però,
sorprendentemente, non punta a chiarire le infami vicende di cui il
personaggio è stato responsabile: dall’aver fatto esplodere in volo, nel
1976, un aereo di linea della Cubana de Aviación causando 73 vittime,
all’aver organizzato l’assassinio a Washington di Orlando Letelier, ex
ministro degli esteri di Allende, ad aver pianificato una serie di
attentati in centri turistici e alberghi di Cuba che, in un caso, nel
1997, costò la vita al cittadino italiano Fabio Di Celmo.
Posada Carriles,
infatti, è giudicato a El Paso solo per aver mentito al giudice quando,
nel 2005, violò le leggi migratorie degli Stati uniti. Per quel reato
Posada passò due anni in un centro di accoglienza e poi, avendo
“dimenticato” Alberto Gonzales, ministro della giustizia di Bush jr, di
inviare al giudice l’inquietante dossier che l’Fbi aveva raccolto su di
lui, è stato, secondo la legge, liberato e ha stabilito la sua residenza
fittizia nella casa della ex moglie in Florida.
Ora
i suoi fans della comunità cubana di Miami, per aiutare il vecchio
assassino a pagare le spese legali, hanno deciso di costituire un “Fondo
di assistenza legale Luis Posada Carriles”. All’inaugurazione
dell’iniziativa, nella Peña de El Versailles, di fronte al ristorante
omonimo della famosa Calle 8 di Miami, c’era tutta la crema
dell’anticastrismo più feroce e perfino il parlamentare repubblicano
David Rivera che ha sostituito, nel Congresso degli Stati uniti, il più
conosciuto Lincoln Diaz Balart e che, con un braccio sulle spalle
dell’ormai ottantenne terrorista, gli ha espresso il suo appoggio e la
sua solidarietà. Per il rappresentante di un paese che sostiene di
combattere il terrorismo e che da mezzo secolo giura di avere l’autorità
morale per accusare Cuba di violazione dei diritti umani, non c’è male,
specie considerando che, nel momento in cui consente a Posada di
restare impunemente in Florida, il governo degli Stati uniti viola le
sue stesse leggi antiterrorismo. Oltretutto non si può dimenticare, come
ha chiarito Peter Kornbluh, direttore del “Progetto su Cuba” del
National Security Archive che, quando a Posada fu concesso di rimanere
nel paese, le autorità federali di migrazione giudicarono che “la
sua liberazione rappresentava un pericolo tanto per la comunità come
per la sicurezza nazionale degli Stati uniti”. Ma quell’avviso rimase
inascoltato.
Posada,
che ha lavorato tutta la vita per la Cia, è sicuro evidentemente di non
poter essere toccato, come già è accaduto al suo compare di stragi
Orlando Bosch che, anni fa, fu tolto d’impaccio da un provvidenziale
indulto di Bush padre. “Entro l’anno torneremo a Cuba” ha affermato con
sicurezza Posada nell’adunata alla Peña de il Versailles ed ha aggiunto
con sfrontatezza: “I nostri servizi hanno prodotto risultati e noi
ancora non siamo passati all’incasso”.
Un
simile linguaggio, a 50 anni dal trionfo della Revolución sembra
addirittura irreale, ma qualcuno ha filmato questo summit fuori tempo e
Cubadebate, un sito di informazione che appoggia la rivoluzione, ha
realizzato un servizio che, come recentemente è avvenuto tante volte, è
stato messo in rete su YouTube, proprietà di Google.
Bene,
il 12 gennaio scorso il centro tecnico di YouTube ha comunicato la
chiusura forzata del canale di Cubadebate per una denuncia di infrazione
del copyright fatta dall’autore di quella ripresa, utilizzata in quel
servizio solo per un frammento e che già era circolata in rete senza che
fosse richiesta alcuna autorizzazione. In quel momento il canale aveva
più di 400 video e, dalla sua apertura 3 anni fa, aveva avuto oltre 1.6
milioni di visite.
Quando
si dice la libertà di stampa e la possibilità di esprimersi in un sito
alternativo di un paese sotto embargo. Perché a Cuba, grazie al divieto
da parte degli Stati uniti di connettere l’isola ai grandi cavi
sottomarini del continente [divieto che ora Cuba sta aggirando con
l’aiuto del Venezuela], l’accesso a internet è solo satellitare e la
pubblicazione su siti come YouTube è l’unica strada per mettere filmati
in rete per una nazione che non dispone delle risorse minime per gestire
server con contenuti multimediali, come avviene invece a oppositori
come Yoani Sanchez, che ha un potentissimo server tedesco a disposizione
del suo blog. Per di più, grazie sempre all’embargo, Cuba non può
neanche acquistare regolarmente i diritti su materiali prodotti negli
Stati uniti.
Ma
queste considerazioni sono sfuggite, non tanto sorprendentemente, a
molti media occidentali. E, credo, sia ormai una realtà che ha a che
vedere con la diversa interpretazione dei fatti del mondo esistente fra i
paesi del nord e quelli del sud del pianeta.
Al
delicato processo in atto a El Paso, per esempio, la Jornada di Città
del Messico, il quotidiano dove scrivono i più prestigiosi intellettuali
del continente, ha un inviato, mentre a chi fa le pagine dei nostri
giornali o monta il minutino di esteri per i telegiornali, sfuggono,
sull’argomento, perfino le “brevi” che circolano in rete. Se è una rogna
per la credibilità degli Stati uniti o di qualche organizzazione
sovranazionale come la Banca mondiale o la Nato, è meglio eludere,
lasciar perdere. È sufficiente considerare come si è tentato di
disinnescare, minimizzando, la bomba WikiLeaks che, per esempio, anche
per quanto riguarda l’argomento Cuba ha ridicolizzato i luoghi comuni
dell’informazione sistematicamente montata a Washington contro la
Revolución.
I
quattro saggi di Salim Lamrani, docente dell’università Paris Descartes,
che pubblichiamo in questo numero 113 di Latinoamerica, sono
emblematici. Jonathan D. Farrar, attuale responsabile dell’ufficio di
interessi degli Stati uniti a l’Avana, in un dispaccio al Dipartimento
di stato, portato alla luce da WikiLeaks, è drastico: i famosi
dissidenti “hanno pochissimi contatti con la gioventù cubana, e il loro
messaggio non interessa a questo segmento della società […] Nonostante
le affermazioni secondo cui rappresenterebbero migliaia di cubani, non
abbiamo nessuna prova di un tale appoggio, almeno per quanto riguarda
l’Avana, dove noi ci troviamo”. Farrar è addirittura sarcastico sui veri
obiettivi di questi oppositori, interessati solo agli introiti che il
business della dissidenza può portare: “Il loro sforzo maggiore è teso
ad ottenere risorse sufficienti per vivere comodamente […] La loro
preoccupazione principale sembra essere quella di criticare ed
emarginare le attività dei loro concorrenti per mantenere il potere e
l’accesso alle risorse”. E chiude affermando: “I dissidenti non hanno
nessun ascendente sulla società cubana e non offrono un’alternativa
politica al governo di Cuba”. Farrar ha anche segnalato che i
rappresentanti dell’Unione europea, durante una riunione da lui
convocata, hanno screditato questi presunti oppositori storici negli
stessi termini usati proprio dal governo di Cuba, insistendo cioè sul
fatto che non rappresentano nessuno.
Il
diplomatico Usa, considerando poi il lavoro di Yoani Sánchez in un
altro dei suoi cables, non fa certamente un piacere alla pretesa di
indipendenza della bloguera perché, mentre valuta che lei potrebbe
giocare un ruolo a lungo termine in una Cuba post Castro, consiglia il
Dipartimento di stato di concentrare il suo impegno su questa
“dissidente” e offrirle maggior sostegno.
Mi
piacerebbe sapere cosa pensano in Italia la rivista Internazionale e il
quotidiano La Stampa che a questa “eroina della libertà”, che in tre
anni di premi a lei assegnati dai più diversi organismi occidentali ha
portato a casa 250mila dollari, hanno addirittura dato una rubrica
fissa. In un continente dove, solo quest’anno sono stati 40 i
giornalisti assassinati [soprattutto in Messico, Honduras e Colombia,
antichi sodali delle politiche Usa in America latina] credo che questo
sia veramente un fenomeno da guinnes dei primati, che forse spiega anche
perché la Sánchez non sia rimasta in Svizzera dove era approdata, ma
abbia preferito tornare nella “invivibile” Cuba delle sue cronache.
Quasi
tutta l’informazione su Cuba è fasulla o drogata, come non succede a
nessun altro paese al mondo perché, con tutti i suoi limiti ed errori,
la Revolución ha smentito il progetto neoliberista che gli Stati uniti
avevano riservato all’America latina, e ha influenzato molti dei
processi di cambio sociale in atto in questi ultimi anni nel continente a
sud del Texas.
Così
può succedere che quando nel 2010 parte la campagna del Dipartimento di
stato per segnalare gli scioperi della fame di dissidenti come Orlando
Zapata e Guillermo Fariñas, si cita la manifestazione di popolo svoltasi
a Miami per iniziativa della cantante Gloria Estefan, figlia di un ex
guardaspalle del dittatore Fulgencio Batista, ma ci si dimentica di
segnalare che in testa a quel corteo c’era il terrorista Luis Posada
Carriles. Oppure quando si fa in modo che il premio Sakharov per la
libertà di pensiero promosso dall’Unione europea venga assegnato per la
terza volta in nove anni a un dissidente cubano, Guillermo Fariñas, ci
si dimentica di alcuni particolari che poi WikiLeaks rivela. Per esempio
che Fariñas, durante lo sciopero della fame, veniva tenuto in salute
dalle pillole energetiche usate dalla Nasa per sostenere gli astronauti e
che, non si sa come, arrivavano da coloro che avevano montato questa
rappresentazione.
Quello
che più sconcerta è che tutto questo avvenga ormai senza alcun pudore
etico. Al giudizio in corso a El Paso contro Posada Carriles per aver
mentito durante il processo del 2005 per le sue infrazioni alla legge
migratoria, è venuto fuori, per esempio, che la giudice responsabile
dell’inaudito verdetto sancito a Miami contro i cinque agenti
dell’intelligence cubana che avevano smascherato il terrorismo
organizzato in Florida e messo in atto negli anni a Cuba, è la stessa
che si rifiutò di sporgere denuncia penale per terrorismo contro lo
stesso Posada proprio in quel processo del 2005. Caroline Heck-Miller
decise così [o fu costretta dal ministro Gonzales a decidere così]
nonostante una richiesta formale dello stesso Dipartimento di sicurezza
interna degli Stati uniti.
“È
inquietante constatare come l’uomo che ha orchestrato per anni la
campagna terrorista contro Cuba, la stessa che i Cinque cubani hanno
tentato di bloccare per salvare vite umane, sia lo stesso al quale la
giudice Heck-Miller ha permesso di sottrarsi alla giustizia mentre ha
incarcerato per sempre chi lottava contro il terrorismo”. Questo il
commento dell’avvocato José Pertierra, antico combattente dei diritti
civili che, nel giudizio di El Paso, rappresenta gli interessi del
Venezuela che chiede l’estradizione di Posada Carriles per il delitto
riguardante l’abbattimento dell’aereo della Cubana de Aviación dove
viaggiavano molti cittadini venezuelani.
Cosa
pensano di questa storia tanti giornalisti “democratici” quando sentono
che Posada Carriles, il bin Laden latinoamericano, continua a
scommettere che la giustizia nordamericana non lo condannerà, com’è
avvenuto finora? E questo malgrado la stessa Cia, che lo ha utilizzato
per anni, lo consideri un tipo “pericoloso”?
D’altro
canto, il tipo di umanità che accompagna questo vecchio assassino ha lo
stesso stile. Uno di loro, per esempio, Gilberto Díaz Morellon,
veterano della Brigada 2506 e di Alpha 66, antichi gruppi militanti
dell’eversione anticastrista più sanguinaria, è arrivato addirittura a
minacciare pubblicamente l’avvocato Pertierra. L’episodio, rivelato
dallo stesso Pertierra al quotidiano la Jornada, è avvenuto il 10
gennaio. Díaz Morellon si è avvicinato a lui nell’aula di El Paso e,
piantandogli un dito sulla faccia, gli ha chiesto: “Ti servono fiori,
hai bisogno di fiori, cane?”. Pertierra ha spiegato che “perro”, cane, è
la stessa parola in codice che Posada Carriles e Orlando Bosch, al
tempo dell’abbattimento dell’aereo della Cubana, usarono per comunicare
che il loro sporco piano era stato eseguito: “Tutti i cani sono morti”. I
cani erano 73 passeggeri di varie nazionalità.
Mi
domando se Barack Obama, Presidente degli Stati uniti portatore di
un’etica che annunciava “cambiamento, speranza e progresso” nonché
premio Nobel per la pace “sulla fiducia”, proprio non possa far nulla
perché i parenti delle vittime non vedano finalmente puniti gli autori
di questi crimini. O perché, finalmente dopo 12 anni, i Cinque cubani
che, con il loro sacrificio, sono riusciti a smascherare e fermare
questa macchina di morte, non tornino come è giusto a riabbracciare le
loro famiglie.
O
dobbiamo tristemente rassegnarci al fatto che, nonostante le rivelazioni
di WikiLeaks, tutta questa storia continuerà ad andare avanti sui
vecchi binari dell’ingiustizia e dell’ipocrisia?
Questo
è un rischio che si corre anche parlando del caso Bsttisti,
dimenticando che Battisti rischia di non pagare mai il suo debito con la
giustizia perchè l'Italia, il suo paese, non è ancora riuscita a fare i
conti con il suo recente passato, con gli anni di piombo.
All'estero
questo lo sanno, e sanno che prima dell'apparizione delle Brigate rosse
in Italia c'erano state già alcune stragi, fasciste o di stato, ancora,
per la maggior parte, impunite.
domingo, 17 de junho de 2012
quinta-feira, 31 de maio de 2012
The 'Stereotyping In Europe' Chart That's Become An Internet Phenomenon
Da: http://www.businessinsider.com/stereotypes-in-europe-chart-goes-viral-2012-5
Read more: http://www.businessinsider.com/stereotypes-in-europe-chart-goes-viral-2012-5#ixzz1wSq2q52D
We ran this chart from Pew on Tuesday, and since then it's become a huge phenomenon.
People are in love with this fact that Greece, and only Greece, is
the country that doesn't see Germany as the most hardworking, and that
in face they see themselves as the most hardworking.
And while everyone is mocking it, people are mounting a spirited defense of the Greeks.
Brad Plumer at WaPo's wonkblog notes that OECD stats say Greeks do put in the most hours of work of any country.
In his latest note, SocGen's Albert Edwards defends the Greeks too for their hardwork, and says that the Greeks are more realistic about their problems than any other European country.
Hedge funder (and new blogger) Mark Dow also got a fascinating piece from the survey, in which he reveals some big insights about how to understand a country's economy.
And while everyone is mocking it, people are mounting a spirited defense of the Greeks.
Brad Plumer at WaPo's wonkblog notes that OECD stats say Greeks do put in the most hours of work of any country.
In his latest note, SocGen's Albert Edwards defends the Greeks too for their hardwork, and says that the Greeks are more realistic about their problems than any other European country.
Hedge funder (and new blogger) Mark Dow also got a fascinating piece from the survey, in which he reveals some big insights about how to understand a country's economy.
There’s also an important side point here
for sovereign analysis. There is a tendency to listen more to the
people in the country being analyzed. It is presumed they have ‘better
information’ and understand better how things work. But what I have
learned in my experience with sovereign crises over the years is that
whatever informational advantage they have is usually more than offset
by (1) their difficulty in distinguishing between things that matter and
things that don’t; (2) the psychological baggage with respect to their
own past, and (3) the often emotionally-charged nature of their
perspective. Shorter: never ask a Brazilian about Brazilian inflation
risk.
Dow also has some great observations about the third column, which
indicates that many countries are willing to label themselves as the
most corrupt.
The third column tells us something else
about human nature. Five out of eight countries chose their own country
as the most corrupt in the survey. Why? I, for one, still haven’t been
to a country where people complain they are being taxed too little.
Similarly, I hear in virtually all countries going through rough times
that they could solve their problems if they could only end corruption
in government. This is the height of wishful exculpation. It also
ignores the fact that China has grown spectacularly over the past
decade, despite what many believe to be a highly corrupt
system. And, even if it were true that corruption were the primary
cause of a country’s ills, it also ignores the reality that government
is usually a reflection of a country’s culture, and changing the
politicians doesn’t change the incentive structure that gives rise to
corrupt behavior.
Bottom line: Everybody loves this chart because there seems to be so much meat in it.Read more: http://www.businessinsider.com/stereotypes-in-europe-chart-goes-viral-2012-5#ixzz1wSq2q52D
segunda-feira, 14 de maio de 2012
Crescita, lavoro, contratti......
Una proposta per la rinascita del paese, stretto tra Grecia, Portogallo, Spagna, calciopoli, mafiopoli, politica e antipolitica, articoli 18, anarchici informali incazzati, montiani in maglioncino, elettori e astensionisti, politici da una vita politici a vita e non politici, gente che ignora cosa sia la politica,
suicidi (vedi penultimo post) e disperazione, volontà di lottare. Come sempre siamo alle prese
con contraddizioni, per alcuni sono il sale della vita; dico io, se almeno fossero contraddizioni e
contrapposizioni tra persone/parti che hanno chiaro il senso/valore delle loro posizioni.
Il contributo sotto è stato scritto da Luca (ex Wu Ming 3) e per chi volesse lo trova sul sito
www.wumingfoundation.com, dove è stato pubblicato qualche tempo fa.
Per leggerlo più proficuamente, consiglio una piccola ricerca sull'attualità dell'articolo 18
oggi in Italia, sulle ricette per la crescita proposte dai vari ministri italiani, a destra e a
sinistra, negli ultimi tempi.
Vinicio
Le cose non vanno bene.
Il governo Monti sbaglia. Fa troppo poco. Ci vuole più coraggio.
Non cresciamo. E’ un fatto drammatico. Per ottenere la crescita bisogna favorire la crescita.
Solo incentivando la crescita possiamo raggiungere gli obiettivi che tutti auspichiamo: ottenere una crescita solida e duratura.
Dobbiamo crescere. Non possiamo andare avanti a palliativi, a mezze misure. Non possiamo permetterci altri costosi tabù. Dobbiamo attirare gli investimenti stranieri. Ce lo chiede l’Europa. Lo dobbiamo ai giovani. I mercati ci guardano.
Per la Crescita serve il C.U.L.O.
Il Contratto Unico Libero da Oneri è il nostro passepartout per la crescita. Ci porterà le imprese da ogni angolo del pianeta. Vinceremo la sfida della globalizzazione. Otterremo la Crescita. Una crescita esagerata.
Il C.U.L.O. è un contratto biennale rivolto a giovani e meno giovani, alle donne, ai disoccupati o inoccupati. Nei due anni previsti, gli assunti non percepiranno un salario, ma un punteggio che consentirà loro, una volta giunti alla scadenza, di scalare posizioni nelle liste per eventuali impieghi futuri. Di certo non è cosa da poco. Se consideriamo che si trattava in ogni caso di soggetti già privi di reddito, è del tutto evidente il carattere vantaggioso che una tale soluzione offre a tutti.
Questa è una Rivoluzione.
Grazie al C.U.L.O. avremo la Crescita eterna.
Il made in italy non morirà mai.
Firma anche tu per dare il C.U.L.O. al Paese.
suicidi (vedi penultimo post) e disperazione, volontà di lottare. Come sempre siamo alle prese
con contraddizioni, per alcuni sono il sale della vita; dico io, se almeno fossero contraddizioni e
contrapposizioni tra persone/parti che hanno chiaro il senso/valore delle loro posizioni.
Il contributo sotto è stato scritto da Luca (ex Wu Ming 3) e per chi volesse lo trova sul sito
www.wumingfoundation.com, dove è stato pubblicato qualche tempo fa.
Per leggerlo più proficuamente, consiglio una piccola ricerca sull'attualità dell'articolo 18
oggi in Italia, sulle ricette per la crescita proposte dai vari ministri italiani, a destra e a
sinistra, negli ultimi tempi.
Vinicio
Le cose non vanno bene.
Il governo Monti sbaglia. Fa troppo poco. Ci vuole più coraggio.
Non cresciamo. E’ un fatto drammatico. Per ottenere la crescita bisogna favorire la crescita.
Solo incentivando la crescita possiamo raggiungere gli obiettivi che tutti auspichiamo: ottenere una crescita solida e duratura.
Dobbiamo crescere. Non possiamo andare avanti a palliativi, a mezze misure. Non possiamo permetterci altri costosi tabù. Dobbiamo attirare gli investimenti stranieri. Ce lo chiede l’Europa. Lo dobbiamo ai giovani. I mercati ci guardano.
Per la Crescita serve il C.U.L.O.
Il Contratto Unico Libero da Oneri è il nostro passepartout per la crescita. Ci porterà le imprese da ogni angolo del pianeta. Vinceremo la sfida della globalizzazione. Otterremo la Crescita. Una crescita esagerata.
Il C.U.L.O. è un contratto biennale rivolto a giovani e meno giovani, alle donne, ai disoccupati o inoccupati. Nei due anni previsti, gli assunti non percepiranno un salario, ma un punteggio che consentirà loro, una volta giunti alla scadenza, di scalare posizioni nelle liste per eventuali impieghi futuri. Di certo non è cosa da poco. Se consideriamo che si trattava in ogni caso di soggetti già privi di reddito, è del tutto evidente il carattere vantaggioso che una tale soluzione offre a tutti.
Questa è una Rivoluzione.
Grazie al C.U.L.O. avremo la Crescita eterna.
Il made in italy non morirà mai.
Firma anche tu per dare il C.U.L.O. al Paese.
terça-feira, 8 de maio de 2012
Italia, crisi e suicidi. Siamo ancora il Bel Paese?
Da "Il fatto quotidiano" di oggi, 8 maggio 2012. L'ho scelto perché si sta dando pochissimo spazio nei media internazionali a questo fenomeno, recente, preoccupante e ripetuto.
Sei suicidi in due giorni. Non si ferma lo stillicidio di morti per crisi. Tre gli episodi oggi dopo i tre casi di ieri. Uno nel milanese e due nel salernitano.
Un imprenditore di 60 anni, titolare di un’azienda in crisi si è impiccato a Cesate, in provincia di Milano. A trovare il cadavere alle 17.30 nei boschi del parco delle Groane sono stati dei passanti che hanno allertato i carabinieri della compagnia di Rho. L’uomo ha lasciato un biglietto in cui ha motivato il suo gesto con la difficoltà a pagare i debiti.
Un 49enne, Generoso Armenante, originario di Vietri sul Mare si è impiccato in un capannone industriale, alla periferia di Salerno. Aveva perso il lavoro due anni fa in un’azienda dove faceva il custode. Non aveva lasciato ancora la foresteria in cui viveva, ma a giugno avrebbe dovuto lasciare l’alloggio; nel pomeriggio è andato nel retrobottega e si è impiccato. Sul posto gli agenti della sezione volanti diretti da Rossana Trimarco. L’uomo ha lasciato un biglietto chiedendo scusa per il suo gesto. Sposato e padre di due figli, era molto preoccupato per il suo futuro. Quando sul posto sono giunti soccorritori, purtroppo, non c’era più nulla da fare. E’ stata la figlia a trovare il corpo senza vita del padre e a chiamare la polizia. “Da un mese e mezzo – racconta la sorella – mio fratello non riusciva a pagare una bolletta dell’energia e viveva in questa casa senza corrente”. Licenziato dai vecchi titolari che avevano ceduto il cash 6 carry a una nuova società, Armenante aveva avuto assicurazioni che sarebbe stato riassunto. “Ci ha creduto fino alla fine – continua – nella promessa di un lavoro, ma il contratto non è mai arrivato”.
Sempre nel salernitano, a San Valentino Torio, Angelo Coppola, operaio edile di 62anni, dal Natale scorso senza lavoro, si è ucciso con una fucilata al petto nella sua abitazione dove viveva con la moglie e i figli. Accanto al corpo dell’uomo è stato rinvenuto un biglietto su cui c’era scritto: “Senza lavoro non si può vivere”. L’operaio era disoccupato dal dicembre scorso quando la ditta per la quale lavorava, non avendo più commesse, era stata costretta a rinunciare alle sue prestazioni.
Ieri a togliersi la vita sono stati in tre: un commerciante di 48 anni è stato trovato impiccato a Bologna nel retrobottega del suo negozio e da quanto emerge dai primi accertamenti della polizia aveva pendenze con Equitalia. Il secondo era il proprietario di un’agenzia immobiliare, che si è tolto la vita impiccandosi in un parco nel pieno centro di Vicenza. L’imprenditore, di 52 anni, stava attraversando un periodo di difficoltà anche di natura economica, con un debito verso le banche di circa 7mila euro. Infine a Frosinone, un imprenditore si è suicidato sparandosi con il suo fucile. L’uomo, 63 anni, titolare di un’azienda di pneumatici, avrebbe deciso di farla finita in seguito a problemi personali.
Sei suicidi in due giorni. Non si ferma lo stillicidio di morti per crisi. Tre gli episodi oggi dopo i tre casi di ieri. Uno nel milanese e due nel salernitano.
Un imprenditore di 60 anni, titolare di un’azienda in crisi si è impiccato a Cesate, in provincia di Milano. A trovare il cadavere alle 17.30 nei boschi del parco delle Groane sono stati dei passanti che hanno allertato i carabinieri della compagnia di Rho. L’uomo ha lasciato un biglietto in cui ha motivato il suo gesto con la difficoltà a pagare i debiti.
Un 49enne, Generoso Armenante, originario di Vietri sul Mare si è impiccato in un capannone industriale, alla periferia di Salerno. Aveva perso il lavoro due anni fa in un’azienda dove faceva il custode. Non aveva lasciato ancora la foresteria in cui viveva, ma a giugno avrebbe dovuto lasciare l’alloggio; nel pomeriggio è andato nel retrobottega e si è impiccato. Sul posto gli agenti della sezione volanti diretti da Rossana Trimarco. L’uomo ha lasciato un biglietto chiedendo scusa per il suo gesto. Sposato e padre di due figli, era molto preoccupato per il suo futuro. Quando sul posto sono giunti soccorritori, purtroppo, non c’era più nulla da fare. E’ stata la figlia a trovare il corpo senza vita del padre e a chiamare la polizia. “Da un mese e mezzo – racconta la sorella – mio fratello non riusciva a pagare una bolletta dell’energia e viveva in questa casa senza corrente”. Licenziato dai vecchi titolari che avevano ceduto il cash 6 carry a una nuova società, Armenante aveva avuto assicurazioni che sarebbe stato riassunto. “Ci ha creduto fino alla fine – continua – nella promessa di un lavoro, ma il contratto non è mai arrivato”.
Sempre nel salernitano, a San Valentino Torio, Angelo Coppola, operaio edile di 62anni, dal Natale scorso senza lavoro, si è ucciso con una fucilata al petto nella sua abitazione dove viveva con la moglie e i figli. Accanto al corpo dell’uomo è stato rinvenuto un biglietto su cui c’era scritto: “Senza lavoro non si può vivere”. L’operaio era disoccupato dal dicembre scorso quando la ditta per la quale lavorava, non avendo più commesse, era stata costretta a rinunciare alle sue prestazioni.
Ieri a togliersi la vita sono stati in tre: un commerciante di 48 anni è stato trovato impiccato a Bologna nel retrobottega del suo negozio e da quanto emerge dai primi accertamenti della polizia aveva pendenze con Equitalia. Il secondo era il proprietario di un’agenzia immobiliare, che si è tolto la vita impiccandosi in un parco nel pieno centro di Vicenza. L’imprenditore, di 52 anni, stava attraversando un periodo di difficoltà anche di natura economica, con un debito verso le banche di circa 7mila euro. Infine a Frosinone, un imprenditore si è suicidato sparandosi con il suo fucile. L’uomo, 63 anni, titolare di un’azienda di pneumatici, avrebbe deciso di farla finita in seguito a problemi personali.
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