Santoro, nella sua introduzione a Servizio Pubblico (07/03/2013), (non) dice che Berlusconi
è stato condannato, lo dice in una frase, non ci fa la trasmissione sopra, come se fosse
una cosa normale (sebbene abbia detto che in un altro paese sarebbe stato uno scandalo
enorme).
Ci stiamo, tristemente, facendo l'abitudine. Ad avere persone di questo calibro
alla guida del paese, o comunque nei posti strategici, 'evidenti'.
Anche secondo Santoro, sino a pochi mesi fa molto critico e incazzato,
oggi questo sembra normale. Sebbene abbia giustamente accostato Grillo
a Mussolini, Santoro sembra che consideri Grillo come un male necessario.
Preferivo il Santoro incazzato, e purtroppo devo dare ragione ai berlusconiani
quando dicevano che senza il nano le trsmssn politiche non avrebbero più avuto
quel piglio di un tempo.
Comunque, tornando a noi, che la notizia di Berlusconi condannato (!!!!!!!!!!)
sia passata quasi sotto silenzio mi ricorda le guerre che ogni giorno vengono
combattute in giro per il mondo, ormai ce ne sono (state) tante e un'immagine
o la notizia di una strage lascia il tempo che trova.
Tristeza menin@s,
muita.
Hasta siempre Hugo
quinta-feira, 7 de março de 2013
quarta-feira, 6 de março de 2013
Grullini e informazione
I grullini, di cui si è discusso e si sta discutendo, abbondantemente, qui nel sito del collettivo di scrittori/ricercatori italiani, si riempiono la bocca della parola informazione.
Rivendicano un primato nell'uso di internet, senza pensare che magari ci sono ancora 'varie' persone senza connessione o alfabetizzazione, e quindi tagliano fuori buona parte dell'Italia. Oltre alle persone senza Internet, ci sono quelle che ce l'hanno, ma non riescono a usarlo. Forse i detti grullini pensano che basti dare una connessione per saperla usare.
D'altronde anch'essi non lo sanno fare tanto bene, visto il livello dei commenti sul blog di Beppe Grillo. Nella migliore delle ipotesi si tratta di pochissime righe, che non prendono in analisi un bel niente, ignorano la co-costruzione del discorso (fattibile nell'interazione con altri utenti), e dicono due battute sul post di Grillo che stanno commentando.
Altro aspetto riguarda il loro odio verso i giornalisti della carta stampata e i giornali.
Come se bastasse scrivere su Internet, o pubblicarvi un video, creare un blog, etc., per essere migliori della carta stampata.
La rete pubblica molte più assurdità, pettegolezzi e cazzate della carta stampata.
I giornalisti odierni, grazie alla rete, prendono 5 euro ad articolo.
Eppure i grullini dicono di voler eliminare i contributi ai giornali.
Non si rendono conto dell'importanza dei giornali, così dicendo.
Assolutamente.
Togliamo i contributi, ci troveremo giornali dominati da imprese,
ci troveremo meno giornalisti scomodi in giro, cioè meno di quei pochi che ci sono adesso.
Io paragono oggi i giornali alla nostra scuola.
Ci sono molti insegnanti incapaci e svogliati. C'è bisogno come non mai di insegnanti.
Togliamo fondi alla scuola? Così sempre meno persone, di quelle poche che oggi esistono, vorranno essere insegnanti.
Oppure mettiamo regole? Parametri di qualità e non regole di censura, non proibizione di intercettazione oppure attacchi a cazzo a chi critica, come fanno i troll grullini?
Lo dico io che sono contrario alle regole, per me sarebbe anarchia, ma nell'accezione di organizzazione e non di confusione come tutti gli ignoranti la intendono oggi.
Ma, se vogliamo vivere in una democrazia, fatta di regole, bisogna creare organismi indipendenti di controllo.
Per esempio, tornando alla scuola, qua in Brasile la ricerca è ultra-finanziata, ma ci sono dei criteri.
Devi pubblicare in riviste, devi presentare in congressi/seminari; non è che ti prendi i soldi e sparisci
scrivi cazzate. Anche perché se vuoi pubblicare in una rivista devi rispettare norme scientifiche.
Pace
Vinicio
Rivendicano un primato nell'uso di internet, senza pensare che magari ci sono ancora 'varie' persone senza connessione o alfabetizzazione, e quindi tagliano fuori buona parte dell'Italia. Oltre alle persone senza Internet, ci sono quelle che ce l'hanno, ma non riescono a usarlo. Forse i detti grullini pensano che basti dare una connessione per saperla usare.
D'altronde anch'essi non lo sanno fare tanto bene, visto il livello dei commenti sul blog di Beppe Grillo. Nella migliore delle ipotesi si tratta di pochissime righe, che non prendono in analisi un bel niente, ignorano la co-costruzione del discorso (fattibile nell'interazione con altri utenti), e dicono due battute sul post di Grillo che stanno commentando.
Altro aspetto riguarda il loro odio verso i giornalisti della carta stampata e i giornali.
Come se bastasse scrivere su Internet, o pubblicarvi un video, creare un blog, etc., per essere migliori della carta stampata.
La rete pubblica molte più assurdità, pettegolezzi e cazzate della carta stampata.
I giornalisti odierni, grazie alla rete, prendono 5 euro ad articolo.
Eppure i grullini dicono di voler eliminare i contributi ai giornali.
Non si rendono conto dell'importanza dei giornali, così dicendo.
Assolutamente.
Togliamo i contributi, ci troveremo giornali dominati da imprese,
ci troveremo meno giornalisti scomodi in giro, cioè meno di quei pochi che ci sono adesso.
Io paragono oggi i giornali alla nostra scuola.
Ci sono molti insegnanti incapaci e svogliati. C'è bisogno come non mai di insegnanti.
Togliamo fondi alla scuola? Così sempre meno persone, di quelle poche che oggi esistono, vorranno essere insegnanti.
Oppure mettiamo regole? Parametri di qualità e non regole di censura, non proibizione di intercettazione oppure attacchi a cazzo a chi critica, come fanno i troll grullini?
Lo dico io che sono contrario alle regole, per me sarebbe anarchia, ma nell'accezione di organizzazione e non di confusione come tutti gli ignoranti la intendono oggi.
Ma, se vogliamo vivere in una democrazia, fatta di regole, bisogna creare organismi indipendenti di controllo.
Per esempio, tornando alla scuola, qua in Brasile la ricerca è ultra-finanziata, ma ci sono dei criteri.
Devi pubblicare in riviste, devi presentare in congressi/seminari; non è che ti prendi i soldi e sparisci
scrivi cazzate. Anche perché se vuoi pubblicare in una rivista devi rispettare norme scientifiche.
Pace
Vinicio
quarta-feira, 23 de janeiro de 2013
Dialetti moderni e dialetti arcaici: su sardu
Da qualche tempo nel mio lettore Mp3 non c'è più solo la classica musica (quasi mai musica classica, de gustibus non disputandum est). Ho preso l'abitudine di scaricarci i podcast delle interessanti
trasmissioni di Radio 3 Rai. Sono tantissimi e me li ascolto mentre cammino per la città o faccio
la fila in qualche ufficio o dal medico (In metropolitana a San Paolo il rumore dei binari copre
quello della musica, figurarsi delle parole, a meno di non aumentare il volume a manetta correndo
il rischio di danni all'udito).
Proprio ieri ho ascoltato varie puntate (i podcast sono abbastanza brevi) di 'La lingua batte', programma dedicato alla lingua italiana. La puntata del 19 gennaio 2013 era dedicata ai dialetti; ospite Carla Marcato, studiosa del tema.
Durante il suo intervento, Marcato fa la distinzione tra dialetto arcaico e dialetto moderno, affermando che quest'ultimo è caratterizzato dal cambiamento come tutte le lingue vive, ed è condizionato dal contatto con e dalla diffusione dell'italiano.
Pensando alla lingua/dialetto sardo (dipende da quale prospettiva lo vediamo, il sardo può essere entrambi), non sarà, riflettevo dopo l'ascolto, che i tanti che arricciano il naso davanti a questi
cambiamenti della lingua sarda, dovuti appunto al contatto con l'italiano, sono troppo severi,
verso il sardo e quanti oggi lo parlano? Insomma, è abbastanza normale, visto lo scenario
culturale odierno, che il mio sardo non sia lo stesso di quello di mio bisnonno e quello di mio
nipote sarà diverso dal mio. Ha senso (oggi) arroccarsi in posizioni linguisticamente campanilistiche
invocando la purezza del sardo, la non contaminazione?
trasmissioni di Radio 3 Rai. Sono tantissimi e me li ascolto mentre cammino per la città o faccio
la fila in qualche ufficio o dal medico (In metropolitana a San Paolo il rumore dei binari copre
quello della musica, figurarsi delle parole, a meno di non aumentare il volume a manetta correndo
il rischio di danni all'udito).
Proprio ieri ho ascoltato varie puntate (i podcast sono abbastanza brevi) di 'La lingua batte', programma dedicato alla lingua italiana. La puntata del 19 gennaio 2013 era dedicata ai dialetti; ospite Carla Marcato, studiosa del tema.
Durante il suo intervento, Marcato fa la distinzione tra dialetto arcaico e dialetto moderno, affermando che quest'ultimo è caratterizzato dal cambiamento come tutte le lingue vive, ed è condizionato dal contatto con e dalla diffusione dell'italiano.
Pensando alla lingua/dialetto sardo (dipende da quale prospettiva lo vediamo, il sardo può essere entrambi), non sarà, riflettevo dopo l'ascolto, che i tanti che arricciano il naso davanti a questi
cambiamenti della lingua sarda, dovuti appunto al contatto con l'italiano, sono troppo severi,
verso il sardo e quanti oggi lo parlano? Insomma, è abbastanza normale, visto lo scenario
culturale odierno, che il mio sardo non sia lo stesso di quello di mio bisnonno e quello di mio
nipote sarà diverso dal mio. Ha senso (oggi) arroccarsi in posizioni linguisticamente campanilistiche
invocando la purezza del sardo, la non contaminazione?
quarta-feira, 16 de janeiro de 2013
Potere e volere
Due verbi importanti
Querer: Volere
Io voglio
Tu vuoi
Lui/Lei vuole
Noi vogliamo
Voi volete
Loro vogliono
Poder: Potere
Io posso
Tu puoi
Lui/Lei può
Noi possiamo
Voi potete
Loro possono
Sao dois verbos utiles em caso de viagem.
Buon anno nuovo a tutti,
Vinicio
Querer: Volere
Io voglio
Tu vuoi
Lui/Lei vuole
Noi vogliamo
Voi volete
Loro vogliono
Poder: Potere
Io posso
Tu puoi
Lui/Lei può
Noi possiamo
Voi potete
Loro possono
Sao dois verbos utiles em caso de viagem.
Buon anno nuovo a tutti,
Vinicio
quinta-feira, 29 de novembro de 2012
Calcio, sport, crimini, giornalisti incapaci
Sono le 21:30 a San Paolo. Vado nella pagina principale di Repubblica.it.
Sul lato destro, in evidenza, il titolo dell'articolo del blog, sul quotidiano,
di Fabrizio Bocca. Parlo del titolo, perché dopo averlo letto la voglia di
leggere l'articolo non esiste, azzerata, non do adito a penne che scrivono
solo grazie all'abbondanza di 'inchiostro' e di sponsor e idee che pensano
che lo sport sia esente dagli altri aspetti della nostra vita quotidiana. Sono
persone del genere, come il pessimo Fabrizio Bocca, che fanno (e hanno
fatto sì) che il calcio sia quello che oggi è: poco sport, poca passione,
poco 'spirito', poca etica, solo soldi, come quelli che immagino guadagni
(immeritatamente) questo tal Bocca (in sardo gli direbbero 'de si da tuppai
de pressi).
Cosa dico?
Riporto il titolo:
Messi, Ronaldo, Iniesta
Sul lato destro, in evidenza, il titolo dell'articolo del blog, sul quotidiano,
di Fabrizio Bocca. Parlo del titolo, perché dopo averlo letto la voglia di
leggere l'articolo non esiste, azzerata, non do adito a penne che scrivono
solo grazie all'abbondanza di 'inchiostro' e di sponsor e idee che pensano
che lo sport sia esente dagli altri aspetti della nostra vita quotidiana. Sono
persone del genere, come il pessimo Fabrizio Bocca, che fanno (e hanno
fatto sì) che il calcio sia quello che oggi è: poco sport, poca passione,
poco 'spirito', poca etica, solo soldi, come quelli che immagino guadagni
(immeritatamente) questo tal Bocca (in sardo gli direbbero 'de si da tuppai
de pressi).
Cosa dico?
Riporto il titolo:
Messi, Ronaldo, Iniesta
Pirlo è dimenticato
Moda o pallone d'oro?
Decise le terne per il voto finale. Tutta iberica anche quella degli allenatori: Del Bosque, Guardiola e Mourinho. Ma cosa hanno fatto più di Conte o Mancini?
di FABRIZIO BOCCA
di FABRIZIO BOCCA
Prendiamo l'ultima parte, quella sugli allenatori. Bocca propone Conte come candidato
a migliore allenatore, citando gli altri concorrenti.
Il mio dubbio e la ragione del mio attacco si basa sul fatto che Conte è stato squalificato
per un bel po', condannato a stare (purtroppo poco) lontano dalla panchina della
sua squadra per illeciti sportivi. E Bocca lo vuole candidare a migliore allenatore?????
Ecco che nel calcio, secondo questo 'giornalista' i risultati sono quelli che contano,
se sei un criminale (nel senso che commetti un crimine) non c'è problema,
se hai frodato e esonerato i tuoi doveri chissà perché non fa niente.
Il berlusconismo fatto sport, grande bocca, sei un mito, l'Italia odierna fatta
penna; l'ignoranza fatta penna; de coubertin mai sentito nominare?
E tu, Bocca, scrivi sulla Repubblica, povera repubblica, in tutti i sensi.
Non ne hai diritto, né sulla Repubblica, né da altre parti.
Vai su un campetto e impara cosa significa calcio, poi scrivi, se non trovi altro.
Vinicio Corrias
Sardegna Digital Library
Salluri,
po kinni no du xiri, sa regioni ari postu a dispositzioni una surr'e cosa, innoi
Po kinni ndi oiri xiri de prusu de custu logu, po kinni d'ari lassau tempusu mera
e ndi tenniri 'saudade'
po kinni no du xiri, sa regioni ari postu a dispositzioni una surr'e cosa, innoi
Po kinni ndi oiri xiri de prusu de custu logu, po kinni d'ari lassau tempusu mera
e ndi tenniri 'saudade'
quinta-feira, 22 de novembro de 2012
Italia(ni) e colonialismo
Un brano di un dialogo tra Wu Ming 2 e Giuliano Santoro, potete leggere l'intero dialogo qui
E fu così che, nel bel mezzo dell’autunno della crisi e dei sacrifici “tecnici”, si materializzò nel dibattito pubblico il monumento a Rodolfo Graziani governatore della Cirenaica e criminale di guerra del ventennio fascista. Graziani fu governatore durante la dominazione fascista della Libia, comandante nel corso dell’invasione dell’Etiopia, viceré d’Etiopia nel 1936-‘37 e comandante delle forze armate della Repubblica di Salò, lo stato-fantoccio mussoliniano che de facto rappresentò un protettorato nazista, dal 1943-45. Il monumento a questo macellaio del colonialismo e del nazifascismo è stato inaugurato l’11 agosto scorso ad Affile, paesello della provincia di Roma ai confini col frusinate. Il memoriale dapprima non ha destato scandalo, poi – complice il grido d’allarme, "Affile, Grazianilandia. L’eredità razzista e il mausoleo delle sfighe", lanciato in settembre dalle pagine di Giap – ha conquistato le pagine dei giornali ed è diventato il simbolo della mancanza di memoria in questo paese. Tuttavia il monumento al criminale di guerra Rodolfo Graziani sta a ancora là. È un’occasione da cogliere per capire come le scorie dei postfascisti al governo e l’eredità tossica del ventennio berlusconiano abbiano influenzato il nostro rapporto con la storia.
In un articolo comparso sulla rivista internazionale di studi postcoloniali Interventionsnel 2007, Miguel Mellino si chiedeva come mai proprio in Italia - paese che ha un passato coloniale ed un presente attraversato da flussi migratori - gli studi postcoloniali e il dibattito critico su queste tematiche non avessero trovato terreno fertile. Una delle conclusioni di Mellino era che questa lacuna poteva essere colmata, (di più: stava già cominciando a essere colmata) soltanto negli spazi “al confine” tra la ricerca accademica e le lotte sociali. Di questo discuto con Wu Ming 2, uno dei membri del colletivo Wu Ming. Il mio interlocutore ha scritto con Antar Mohamed “Timira”, “romanzo meticcio” che racconta la storia di Isabella Marincola, donna che ha vissuto da una prospettiva “in-between” il periodo che va dal colonialismo fascista ai giorni nostri. Il tema del colonialismo e del rapporto con le storie incompatibili che agitano l’inconscio collettivo e sono in grado di mostrarci lati oscuri e “prospettive oblique” attraversa tutta la produzione letteraria dei Wu Ming. Per rimanere a due testi recenti,Manituana è ambientato nel mezzo della “rivoluzione” americana contro il colonialismo britannico e Altai ci racconta la battaglia di Lepanto (vero mito fondativo del concetto di Occidente) dal punto di vista degli infedeli. Ancora: tra febbraio e marzo del prossimo anno uscirà Point Lenana. Anche questo romanzo, firmato da Wu Ming 1 e Roberto Santachiara, affronta il tema del rapporto tra l’Italia e l’Africa, dal punto di vista insolito delle vicende legata alla scalata del Monte Kenya da parte di tre italiani negli anni della Seconda Guerra Mondiale.
Dunque, strappo Wu Ming 2 dalla scrittura di L’armata dei sonnambuli (questo il titolo del prossimo romanzo del collettivo, che sarà ambientato negli anni “del terrore” immediatamente successivi alla rivoluzione francese) e gli chiedo, per cominciare: il sacrario di Affile rappresenta davvero l’incapacità dell’Italia di fare i conti col suo passato coloniale?
Direi più in generale che il sacrario di Affile è un monumento all'incapacità italiana di fare i conti con la Storia. Nei giorni in cui si discuteva di quel Vespasiano di Sangue, molti giornali hanno pubblicato in prima pagina la notizia che il Tribunale di Stoccarda ha assolto gli otto indagati per la Strage di Stazzema. Da tutti gli articoli, oltre alla giusta indignazione per la sentenza, trapelava un sentimento critico nei confronti dell'intera nazione tedesca, ancora non abbastanza risoluta nel riconoscere la vastità dei crimini nazisti. Eppure, non c'è nulla di particolarmente “tedesco” nel tribunale di uno Stato che usa i codici per difendere le proprie forze dell'ordine. È un film visto e rivisto, che non conosce confini. Al contrario, c'è molto di italiano nella degradazione della Storia a semplice nostalgia, terreno di caccia, venerazione di facciata, giochino elettorale. Pensate che cosa sarebbe successo se un comune del Baden-Württemberg avesse eretto un monumento per uno degli accusati di Stazzema. Pensato? Ecco, quello è il sentimento che provano etiopi e libici nel sapere che in Italia c'è un sacrario dedicato a Graziani. Ma quelli sono negri e beduini, cosa vuoi che importi. Dunque il sacrario è anche un monumento al razzismo degli italiani. Con tutto che pure gli italiani dovrebbero provare un sentimento di ripulsa, perché Graziani, tanto per dirne una, fu pure il firmatario del bando – nel febbraio '44 – che prevedeva la fucilazione per chi non si presentava alla visita di leva.
Graziani era fascista e colonialista. Ho notato che si tende spesso a distinguere tra i crimini del nazifascismo da quelli del colonialismo, forse perché questi ultimi sono stati commessi anche prima del Ventennio, come avete ricordato in occasione di un vostro speech sull’anniversario dell’Unità d’Italia. Eppure, c’è una relazione storica tra i due fenomeni: nel suo “Discorso sul colonialismo” l’intellettuale e poeta martinicano Aimé Césaire scriveva: “Varrebbe davvero la pena di studiare, clinicamente, in dettaglio, tutti i passi di Hitler e dell'hitlerismo, per rivelare al borghese distinto, umanista e cristiano del ventesimo secolo che anch'egli porta dentro di sé un Hitler nascosto, rimosso”. Césaire ricordava anche che il nazismo ha “applicato all'Europa quei procedimenti colonialisti che sino ad allora erano riservati esclusivamente agli arabi d'Algeria, ai coolie dell'India e ai negri dell'Africa”. In effetti, la persecuzione degli ebrei in Europa non venne dal nulla. Al contrario ebbe modo di prendere a modello la “socializzazione all’indifferenza” che era già stata sperimentata con i colonizzati; così come i lager e le pratiche di “annientamento amministrativo” erano stati nelle colonie. Pur distinguendo i fenomeni storici della Shoa e dei massacri coloniali, siamo costretti a prendere atto del fatto che l’Olocausto viene oggi – per fortuna – riconosciuto come “male assoluto” perché i sopravvissuti ne hanno tramandato la memoria, non senza trovare qualche ostacolo all’inizio. Tuttavia, ciò ancora non avviene quando si tratta di colonialismo. Quali corde dell’inconscio collettivo muove quella storia rimossa e come mai non diventa oggetto di dibattito pubblico?
Sono molto d'accordo con il discorso di Césaire, tanto che in Timira ho cercato di mettere a nudo anche il “piccolo colonialista” che mi sono ritrovato nel cervello, pur credendomi immune da una simile cultura. Tuttavia, ritengo che in Italia sia importante distinguere i crimini colonialisti dell'epoca liberale da quelli fascisti: si mostra così che fu il colonialismo (e il razzismo) a innestarsi nel fascismo, e non viceversa, che esso fu uno dei suoi elementi costitutivi (il Partito Nazionalista, grande sostenitore dell'impresa coloniale, confluì nel Pnf nel 1923). La retorica imperiale fascista ha finito per far coincidere, nell'immaginario collettivo, l'epoca delle colonie con la dittatura, e questo è un primo motivo di rimozione: se attribuiamo al fascismo la ferocia coloniale e i deliri sulla razza, allora ne facciamo il capro espiatorio di quelle brutture. E una volta immolato il capro, possiamo credere di aver mondato anche la storia patria e il nostro Dna da quella sporcizia. Detto questo, io credo che colonialismo e fascismo – pur distinti – vadano messi in stretta relazione, e che non si possa capire appieno il secondo se non si studia il primo in profondità. Lo stesso vale per la lotta di Liberazione: penso che la nostra Resistenza sia stata in buona parte una guerriglia anti-coloniale, radicata sul territorio, diretta contro un esercito invasore e contro un regime che aveva colonizzato le coscienze. Wu Ming 1 sta lavorando molto su questo parallelismo nelle pagine del suo prossimo libro, Point Lenana. Tanti italiani presero le armi e diventarono antifascisti proprio quando si trovarono nella condizione di vivere in una colonia del Reich. Quella condizione coloniale creò una specie di cortocircuito, un insight improvviso e contraddittorio. Nelle memorie di quei soldati italiani che dopo l'8 settembre '43 disertarono sul fronte greco e jugoslavo, troviamo spesso la partecipazione a episodi di resistenza, ma non c'è mai il ricordo di quel che accadde prima dell'8 settembre, quando quegli stessi soldati facevano parte di un esercito invasore, che commetteva soprusi, stragi e fucilazioni. La coscienza anti-colonialista di quei soldati, una volta risvegliata, ha cancellato il ricordo di quanto loro stessi avevano commesso da colonialisti. Credo che in parte la rimozione della nostra esperienza coloniale dall'inconscio collettivo abbia a che fare anche con questo: i due miti fondativi della nostra nazione, ovvero il Risorgimento e la Resistenza, sono miti anti-colonialisti. Dunque, che ci siamo andati a fare in Africa, se non i ponti, gli ospedali, le strade? In secondo luogo, come dimostra bene il famoso discorso di Pascoli in favore dell'invasione della Libia (1911), buona parte della nostra retorica espansionista nasce dal vittimismo: gli Italiani sono ovunque derisi, trattati a pesci in faccia, considerati gente sporca e rissosa. È giunto il momento di far vedere al mondo quel che valiamo, di non essere più soltanto vittime, ma civilizzatori, padroni a casa nostra e in una casa più larga. Ma allora questo colonialismo “da vittime” non può esser stato che comprensivo, buono, tutt'al più straccione. Di certo non feroce. Infine, avendo perso le colonie con la seconda guerra mondiale, non abbiamo conosciuto nulla di paragonabile alla guerra d'Algeria o alla rivolta dei Mau Mau. Anzi: nel dopoguerra De Gasperi si adoperò per ottenere qualche ex-colonia in Amministrazione fiduciaria dalle Nazioni Unite. Spese le credenziali dell'antifascismo e della Resistenza per dire che l'Italia non era come la Germania o il Giappone, non la si poteva umiliare togliendole tutte le colonie. Ci voleva un contentino, e visto che nel frattempo c'eravamo tolti la camicia nera e avevamo imparato la democrazia, si offrì di insegnarla ai selvaggi che ancora non la conoscevano e ottenne l'affidamento decennale dell'ex-Somalia Italiana, per avviarla all'indipendenza. L'Amministrazione Fiduciaria Italiana in Somalia fu una specie di colonia a tempo, con scadenza nel 1960. Ma era una colonia, così come “le operazioni di polizia internazionale” sono guerre e le bombe intelligenti sono ordigni di morte. I somali infatti non si fecero ingannare e reinterpretarono subito il nuovo acronimo (A.F.I.S.) come: Ancora Fascisti Italiani in Somalia. Burocrati e funzionari, infatti, erano gli stessi di prima della guerra, e nemmeno alcune leggi razziste vennero cambiate. Tuttavia, questo ci permise di pensare che mentre gli altri paesi europei dovevano combattere contro le guerriglie di liberazione, noi invece andavamo d'accordo con i nostri ex-colonizzati, tanto che addirittura potevamo festeggiare con loro, a Roma, la tanto sudata indipendenza. E questo fu un altro macigno calato sopra i crimini del nostro colonialismo.
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